La ragazza della spiaggia


Finalmente la incontrò la terza o quarta volta che si recava sulla spiaggia dove aveva passato tutta la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, dove l’aveva vista ogni giorno sdraiata sul lettino a prendere un sole che non le bastava mai.
La salutò timidamente ma a voce alta. Lei lo riconobbe e ricambiò il saluto: era sorpresa e gli chiese il motivo della sua presenza in quel luogo in quella stagione.
-Ci sono rimasto male quando ci siamo lasciati senza salutarci. Il tempo è cambiato bruscamente e non mi ha dato l’opportunità di salutarti. Così qualche giorno dopo sono tornato e ho seguito la stradina che che ti ho visto fare una volta a fine giornata, sperando di incontrare te o la tua macchina e avere almeno un riferimento. È la terza o quarta volta che vengo e finalmente ti ho incontrata.
La ragazza abbassò gli occhi, increspò leggermente le labbra in un sorriso ma senza arrossire. Lui continuò
-Spero che questo non ti dia fastidio
-No, perché dovrebbe?
-Allora posso sperare di rivederti .
-Si, perché no?
-E devo continuare ad affidarmi al caso, oppure posso sperare di agevolarlo con un riferimento temporale o una probabilità anche remota di incontrarti?
-Non capisco che vuoi dire…
-Noi non viviamo nello stesso luogo. Per incontrarci uno dei due deve andare dove vive l’altro, come ho fatto io finora e senza riferimenti l’alea è troppo forte. Potremmo non vederci più senza che anche questo sia volontario e in ogni caso caricando l’incontro eventuale di significati che non potrebbe sopportare. Ma se vuoi così…
-No, non voglio dire questo, ma converrai che sarebbe sconveniente per me darti un appuntamento al primo incontro!
-Ma non è il primo incontro. Ci siamo visti e parlati in spiaggia tante volte!
-Non è la stessa cosa. Quelli erano incontri davvero casuali. Io stavo lì perché sono la figlia del proprietario del lido. Caso
mai eri tu che venivi apposta. Vabbè scusa ma ora devo andare…
-No, anche io vengo lì da tanti anni: conosco tutti, so quanto è lunga la spiaggia per le mie camminate quotidiane, conosco i fondali e le onde, anche se non ti avevo mai vista…
-Io sì, ma scendevo poco sulla battigia. Ti vedevo dal mio lettino su in cima: passeggiavi, parlavi da solo, fotografavi, facevi selfie. Certi giorni eravamo solo noi due.
-Non parlavo da solo. Semplicemente dettavo al telefonino idee, spunti, appunti.
-Scusa, ma ora devo andare.
-Va bene. Quando ci incontriamo?
-Non lo so, diciamo che il giovedì è un buon giorno…
-Va bene, allora a giovedì…
-No, aspetta, non ho detto questo giovedì, ho detto un giovedì.
-D’accordo
Il giovedì successivo non andò, perché era azzardato. Non ci andò nemmeno quello dopo perché era scontato. Scelse di andare il terzo giovedì perché non troppo vicino e avrebbe tradito l’urgenza o almeno il bisogno di rivedersi, né troppo lontano e avrebbe potuto insinuare il sospetto dell’oblìo o almeno dell’indifferenza…
Arrivo un po’ prima dell’altra volta pensando che se era andata via così presto doveva essere uscita molto tempo prima. Si sbagliava. La ragazza non c’era. Così ebbe il tempo di perlustrare in lungo e largo tutta la zona circostante, ma non trovò nessun posto plausibile dove poterla incontrare. Si fermò nello stesso posto della prima volta, nella confluenza della stradina che corre parallela alla spiaggia e sfocia sulla riva della foce del fiume e la piazzetta che si affaccia direttamente sulla spiaggia circondata dall’ingresso degli ultimi due lidi di quel tratto di mare, quello del padre della ragazza e quello che frequentava lui.
sì divertì a pensare che se anni prima avesse scelto quello della ragazza dove peraltro vigeva una sorta di faidate del servizio di spiaggia con i clienti che si servivano da soli per quanto riguardava gli ombrelloni e i lettini forse l’avrebbe conosciuta già allora ma poi la scartò subito perché trovò che era troppo banale la situazione del cliente che fa il filo al personale del lido e anche se lui sarebbe stato un po’ più giovane certo non lo sarebbe stato abbastanza per essere alla pari con la ragazza che a sua volta sarebbe stata quasi una bambina. No, meglio così.
Non c’era quasi nessuno in giro. Ogni tanto arrivava qualche coppietta in macchina e si appartava in fondo alla strada proprio sotto la montagna che delimita quel tratto di spiaggia. A volte arrivavano in macchine separate, poi la donna scendeva e prendeva posto nell’altra macchina Era quasi sempre l’uomo ad arrivare per primo, ma a volte capitava che fosse la donna a dover aspettare l’arrivo dell’amante. Quelle che arrivavano sulla stessa macchina erano coppie più giovani: ragazzi, fidanzati che non avevano un luogo dove appartarsi. Quelle che arrivavano in macchina separate invece erano più mature, probabilmente sposati, amanti clandestini. Raramente scendevano in spiaggia: farsi vedere o riconoscere da qualcuno non sarebbe stato igienico.
Passò quasi un’ora e la ragazza non arrivava. La cosa gli dava fastidio non tanto per aver sbagliato la previsione, quanto perché questo significava tornare lì ogni giovedì, fino a quando lei non sarebbe venuta o lui non avrebbe rinunciato.
Invece arrivò. Trafelata. Dalla parte opposta di dove era venuta la prima volta, dal lungomare che attraversava tutta la città.
-Sei qui da molto?
-No, non da molto. Più o meno la stessa ora dell’altra volta.
-Infatti. Ho fatto una passeggiata sul lungomare.
-Anche io lo faccio spesso d’inverno. Se me lo dicevi ti avrei accompagnato volentieri.
-Non correre troppo!
-Infatti, volevo solo camminare…
Le strappò un sorriso.
-Vogliamo sederci un po’ da qualche parte?
-Sì, se vuoi, ma non ho molto tempo. Devo tornare a casa.
-Se è un modo di farmi capire che non devo cercarti più…
-Ma no, è che proprio non posso.
-Ti lascio andare se mi dai un appuntamento sicuro e ravvicinato.
-Allora resto, a rischio che non mi fanno più uscire da sola. Così tagliamo la testa al toro…
-È così terribile incontrarti con me?
-No, ma hai troppa fretta…
-Non è fretta, è voglia di conoscerti meglio, di parlare con te. Praticamente non so nulla di te.
-Neanche io, ma questo non mi impedisce di vederti. Con me ci vuole tempo, te lo dico subito.
-Tutto il tempo che vuoi, ma facendo un percorso, costruendo qualcosa, avvicinandoci.
-Va bene. Proviamo.
-Quando torno?
-Rispettiamo lo stesso intervallo. Tra tre giovedì.
Era in gamba la ragazza. Era riuscita a non tradire né l’impazienza né l’intenzione di rallentare o di frenare. Si era posizionata in una zona neutra, in un limbo da cui poter spiccare il volo o cadere con le stesse probabilità. Spettava a lui spingerla in una direzione piuttosto che in un’altra, ma spingere non è la parola giusta… Meglio dire condurla, accompagnarla, prenderla per mano.
Ed è proprio questo che si ripromise di fare a partire dal prossimo giovedì. Arrivò sul luogo dell’ appuntamento con largo anticipo e si dispose ad aspettarla. Ma non dovete aspettare molto: la ragazza arrivò quasi subito, come se lo avesse visto arrivare. Era un buon segno che lui colse al volo sfiorandole un braccio per invitarla a incamminarsi. Lei lo assecondò ma dopo pochi passi si fermò e gli chiese di allontanarsi: non voleva essere vista dai familiari
-In macchina?
-Sì, certo, andiamo?
Tanta disinvoltura impastata di fiducia lo sorprese ma senza procurargli illusioni. Lei suggerì di andare in uno dei pochi bar ancora aperti sul lungomare. Era un parallelepipedo tutto vetrate che si affacciava sul mare, si sefettero proprio lì davanti al mare su comode poltroncine di vimini imbottite con cuscini.
-Quanto puoi stare?
-Abbastanza per farti stancare di me.
La ragazza era giovane, fresca, fragrante.
-Bella sfida.

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